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Libri e cucina

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Colombia – Parte II

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La Colombia ha la fama di essere un paese pericoloso, e in effetti pullula di polizia e guardie private. Le perquisizioni sugli autobus sono frequenti e le armi non sono portate con discrezione. Non mi era mai capitato di essere minacciata da un militare con mitra ad armacollo perché mi stavo avvicinando a un bancomat, non avendo notato la figura inginocchiata a terra che, all’altro capo della fila, stava caricando le banconote. Non avevo mai visto un furgone per trasporto valori scortato in pieno giorno ad armi spianate. D’altra parte, però, non ci è mai successo niente di brutto.
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Morte di una ballerina

Oggi è morta Majja Pliseckaja (così è la traslitterazione corretta, benché il suo nome diventi così un po’ ostico agli occhi), una grandissima ballerina. Se ne parlo è perché anni fa mi è capitato di tradurre una cosa della Szymborska dedicata a lei, una recensione della sua autobiografia.

Ve la regalo, insieme a un video – penso famosissimo – della Pliseckaja nel Bolero di Ravel con la coreografia di Béjart.

(Da Wisława Szymborska, OK? Nuove letterature facoltative, Scheiwiller 2007)

LA BELLA E LA SPIA (recensione di Io, Maja Pliseckaja)

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Colombia – Parte I

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L’anno scorso siamo stati in Colombia. Mi è rimasto un ricordo bellissimo del carattere dei colombiani, amichevole e sorridente. Abbiamo avuto un’ottima guida, il nostro amico Polo, che ci ha ospitato e ci ha dato moltissime dritte e suggerimenti.

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Vellutata di cavolfiore

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Ricetta semplicissima, molto delicata e quasi non serve scriverla… ma tant’è…
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Marsiglia e la ricetta dell’aioli vegano

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In questi giorni c’è una luce speciale. Mi ricorda il sud della Francia, dove la cosa incredibile è proprio la luce. Che sembra che quando passi la frontiera le abbiano dato una lucidata, che l’abbiano amplificata, resa più luminosa, che abbiano lavato l’azzurro del cielo… non so, in ogni caso la luce nel sud della Francia deve avere qualcosa di particolare, chiedetelo ai pittori.

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Composta di kumquat alla vaniglia

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Ricomincio con una ricetta semplice semplice per riabituarmi a scrivere.
Comincio dagli ingredienti: i kumquat me li ha regalati mia cognata, che ha un albero bellissimo che fa tantissimi mandarini cinesi, più volte l’anno. Avevo già parlato di questa pianta che ha un gran bel nome, Fortunella, in un altro post.
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Le ricette di Roald Dahl

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(Nella foto: patate dolci caramellate)

Mi sono innamorata di questo libro.
A Mumbai (poi vi racconterò), in una libreria piccolissima dove sono stata una mattina intera a spulciare libri di ricette e di foto, improvvisamente da una pila polverosa è uscito questo libro. Costava pochissimo perché, a quanto pare, non interessava a nessuno. Non c’entra nulla con l’India. L’ho aperto perché mi piace moltissimo Roald Dahl.
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Viaggi

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(Una barca sul lago di Kandy)

Sono rimasta indietro con i viaggi, oltre che con le ricette. Voi non lo sapete, ma l’anno scorso sono stata in Colombia e avrei voluto raccontarvi qualche storia del mio viaggio, mostrarvi qualche immagine, e persino un paio di ricette, ma non ho avuto assolutamente tempo di farlo e ora è passato un anno e non l’ho ancora fatto. Se qualcuno di voi ha fatto un salto sul mio Flickr, potrebbe avere visto lì qualche foto della verde Colombia. Non solo non vi ho raccontato la Colombia, ma nel frattempo ho fatto molte altre cose e ora sono appena tornata da un altro viaggio in India e Sri Lanka.
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Pasta madre con il kefir d’acqua

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Quest’anno la mia amica Marina mi ha fatto proprio un bel regalo. In un vaso di vetro, immersi in un’acqua trasparente, fermenti di kefir d’acqua. Ne ho sempre sentito parlare, ma solo ora ho imparato meglio di cosa si tratta.

Il kefir è una creatura vivente, abbastanza particolare. Si presenta sotto forma di piccoli grumi trasparenti. È un insieme di batteri e lieviti che, fermentando, producono una bevanda ricca di fermenti lattici, un probiotico che, a quanto pare, è ancora più potente di quelli in commercio.
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Primo Levi e il polacco

[…] io sono un uomo che parla e che ascolta. Il linguaggio degli altri mi colpisce molto. E tento, cerco di servirmi bene del mio linguaggio di italiano. Ora, il polacco era quella lingua incomprensibile che ci aveva accolti alla fine del viaggio. E non era il polacco delle persone civili che sentiamo qui, che sentiamo in questi alberghi, che sentiamo da questi nostri accompagnatori di viaggio. Era un polacco rozzo, era un polacco fatto di bestemmie, di imprecazioni che noi non capivamo. Era veramente una lingua infernale. Il tedesco lo era di più, naturalmente. Il tedesco era la lingua degli oppressori, dei carnefici. Ma molti di noi, e io stesso, qualcosa di tedesco capivamo, non era la lingua sconosciuta, la lingua del nulla. Il polacco era la lingua del nulla. E mi ha fatto molta impressione, proprio ieri sera, incontrare in ascensore due ubriachi polacchi, che parlavano come allora, non come gli altri qui intorno, e parlavano bestemmiando. Parlavano in questa lingua che ci sembrava fatta solo di consonanti. È una lingua veramente infera.

(Ritorno ad Auschwitz)